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L’ORATORIO DI SAN CRISTOFORO O “DELLA MORTE NUOVA”

Lo splendido edificio è legato alla storia della Confraternita della Morte e dell’Orazione, sorta, secondo i documenti che erano conservati nell’archivio posto nelle stanze qui adiacenti, nel 1540.
La confraternita è una corporazione di laici, organizzata democraticamente, con propri statuti e amministrazione. Suo scopo in genere è quello di promuovere un’autentica vita cristiana fra i laici, attraverso:
1. l’esercizio del culto e la preghiera, a cui era anche unito l’annuncio delle verità della fede per mezzo della predicazione;
2. le opere di carità spirituale e corporale.
La Confraternita della Morte e Orazione ebbe origine in Roma nel 1538, cioè nel tempo in cui la cristianità, dopo un oscuro periodo di decadenza nel campo della fede e dei costumi, stava risalendo faticosamente la china che sfociò nella Riforma della Chiesa, che si esplicò nel filone protestante, ma anche in un vigoroso filone cattolico.
L’umanesimo cristiano che animò il filone cattolico presenta interessanti caratteristiche fra cui la valorizzazione della donna, come fece a Piacenza la venerabile Margherita Antoniazzi, e quella del laicato, proprio attraverso le confraternite, che sorsero numerose anche a Piacenza, soprattutto ad opera del cardinale Beato Paolo Burali.
Le confraternite laicali però risalivano ad un periodo anteriore. Tutti conosciamo l’esistenza delle folcloristiche associazioni dei Disciplinati o Flagellanti, riuniti in cortei itineranti dediti alla penitenza, attraverso la flagellazione e il canto di laudi.
A Piacenza esisteva fino dal 1240 la Confraternita dei Disciplinati di S. Maria degli Angeli. Più o meno coeva era quella di S. Giacomo Minore, o di S. Giacomino, che fu detta in seguito di S. Giovanni Decollato, perché successivamente affidata dal B. Paolo Burali alla Confraternita dei Cappuccini laici di S. Maria in Torricella.
Terza in ordine di tempo e di dignità fu quella dei Disciplinati di S. Maria dell’Argine, sorta presso una chiesetta nella zona detta poi Pista della polvere perché nelle vicinanze vi si preparava la polvere da sparo e che si trovava ove ora è Piazzale Medaglie d’Oro, alla confluenza di via Manfredi, via Veneto e via Genova.
Questa confraternita nel 1540 ebbe un’evoluzione: si aggregò all’Arciconfraternita della Morte e dell’Orazione che era sorta a Roma nel 1533.
La Confraternita romana era sorta con i seguenti scopi:
1. di seppellire i morti che, o perché erano poveri, o perché erano trascurati dai parenti, rischiavano di rimanere insepolti ed in pasto agli animali;
2. di offrire la celebrazione di S. Messe e preghiere di suffragio per gli iscritti e per quei morti che non avevano nessuno che ne suffragasse l’anima.
La sede di S. Maria dell’Argine era fuori delle mura della città e disagevole da raggiungere. I confratelli perciò, nel medesimo anno 1540, immigrarono in città e presero dimora presso la chiesa dei SS. Faustino e Giovita, posta fra S. Francesco e S. Donnino, che poteva mettere a disposizione la casa parrocchiale, in quanto il parroco era anche titolare della chiesa di S. Salvatore, detta poi dei Santi Filippo e Giacomo, presso la quale risiedeva.
Il numero degli iscritti, dato il nuovo vigore assunto con l’aggregazione alla congregazione romana, aumentò considerevolmente; perciò, essendo stata soppressa e ridotta a beneficio semplice la vacante parrocchia di S. Silvestro, in via S. Agnese (ora via Angelo Genocchi), già appartenente all’abbazia di Nonantola, i confratelli, il 4 novembre 1589 si trasferirono nella chiesa e canonica della parrocchia suddetta, assai vicino all’attuale S. Cristoforo, che si denominò della Morte vecchia.
Intanto alla Confraternita si erano iscritti personaggi illustri, come Ranuccio Farnese, che ne fu Conservatore e Protettore, i quali la dotarono di beni, consistenti in terreni e case. Avendo perciò disponibilità economiche sufficienti, i confratelli deliberarono la costruzione di una nuova chiesa e di una nuova sede, a qualche decina di metri di distanza, in territorio che apparteneva alla parrocchia di S. Fede, unita alla Cattedrale.
Per tale scopo, nel 1687, acquistarono alcune casupole appartenenti alla nobile famiglia Roncovieri, le fecero abbattere ed affidarono il progetto dalle nuova chiesa all’architetto Domenico Valmaggini, che nel 1677 aveva realizzato lo splendido tempio della B. V. Immacolata, detta ancora oggi delle Benedettine, per l’attiguo monastero che vi sorgeva accanto.
Il tempio fu progettato a pianta rotonda, con altare maggiore e coro delimitati nel santuario da una caratteristica sagomatura a calce ed affrescata, che crea una quinta di distacco e di profondità raramente riscontrabili in altre chiese.
Le due cappelle laterali tuttora visibili, con altare e paliotto a stucco sono opera di Paolo Frisoni, che lavorò anche nella cappella del Caramosino di Palazzo Farnese.
La cupola e parte della chiesa furono affrescate da Ferdinando Galli, detto il Bibbiena, dal nome della sua patria che, come il Valmaggini, fu compensato con l’alto onore di essere iscritto gratuitamente alla Confraternita.
L’edificio fu ornato con tele ad olio di grande pregio. In coro era stato collocato il quadro della B. Vergine, S. Silvestro e S. Cristoforo, opera di Antonio Besozzi.
Ai lati del coro furono poste due grandi tele tuttora visibili: in una era raffigurata la predicazione di S. Cristoforo, nell’altra il battesimo di Costantino ad opera di S. Silvestro.
All’altare di S. Gregorio Magno, al centro, era la pala raffigurante il pontefice, opera di Roberto de Longe (detto il Fiammingo) e nelle nicchie dei lati le statue della B. Vergine dell’umiltà e di S. Gaetano Tiene.
All’altare di S. Giuseppe erano le tele dello Sposalizio di S. Giuseppe e della Agonia di S. Giuseppe.
Nella cappella di S. Giuseppe era la sepoltura di Tommaso Gallina, a lui donata dalla Confraternita assieme al giuspatronato della cappella stessa, perché si era distinto quale benefattore nella costruzione della nuova chiesa.
Il giuspatronato ed il sepolcro passarono alla famiglia Casali, in seguito trasferitasi a Borgotaro, motivo per cui caddero nell’abbandono ed ebbero un periodo di forte deterioramento.
Nel pavimento della chiesa erano quattro sepolture: uno per i confratelli sacerdoti, due per i confratelli laici, uno per le consorelle.
L’oratorio, fornito di torre con tre campanelle fu benedetto solennemente da mons. Stefano Portapuglia, vicario generale del vescovo Giorgio Barni, il 30 ottobre 1690 e nel medesimo giorno i confratelli presero solenne possesso della loro sede e iniziarono in modo ancora più completo la loro attività consistenti in:
• Opere di misericordia o di carità corporale, che erano esercitate attraverso la sepoltura dei cadaveri dei poveri della città e dei forestieri con una certa modalità. Infatti, appena ricevuta la notizia del decesso di un povero, i confratelli e le consorelle recitavano cinque Pater e cinque Ave Maria. Portavano poi alla chiesa parrocchiale, o alla cattedrale, i forestieri, e li seppellivano nelle sepolture comuni.
Con le leggi napoleoniche del 1810 e l’incameramento dei beni delle confraternite, la sepoltura dei poveri cessò.
Nel 1700 la consorella Maria Morelli lasciò i propri beni alla Confraternita con l’obbligo di conferire ogni anno sei doti ad altrettante ragazze nubili, figlie di confratelli o di consorelle. Queste presentavano domanda e i loro nomi venivano estratti la domenica precedente la solennità del Patrocinio di S. Giuseppe. Le ragazze scelte, nel giorno del Patrocinio dovevano visitare l’oratorio ed ivi confessarsi e comunicarsi.
• Opere di misericordia spirituale. Per ogni defunto portato alla sepoltura nella propria chiesa si celebravano nell’oratorio un Ufficio e una Messa solenne. Suffragi particolari erano promossi per le anime dei defunti dal giornio dei Santi al 9 novembre. Ogni domenica e festa comandata i confratelli dovevano recitare il Rosario e l’Ufficio dei defunti. Ogni giovedì veniva organizzato un rito di suffragio. Nel 1618 fu eretto in seno alla Confraternita, detta anche Arciconfraternita, un consorzio, intitolato a S. Gregorio Magno, con la finalità di suffragare le anime dei confratelli e consorelle defunti che vi erano iscritti. Molti devoti lasciarono i loro beni alla Confraternita per la celebrazione di SS. Messe, che nel 1773 dovevano essere circa 1994 ogni anno.
Nell’Oratorio si svolgevano solenni celebrazioni nelle feste di:
• S. Cristoforo, detta della Cristoforia, la prima domenica di gennaio;
• B. Vergine Maria dell’umiltà dapprima il 2 luglio, in seguito nella prima domenica del medesimo mese;
• S. Giuseppe il 19 Marzo;
• S. Gaetano il 7 agosto.
I confratelli e le consorelle.
Furono sempre molti. Ancora nel 1825 se ne contavano 153. Erano governati da quattro guardiani. Altre cariche erano: 2 deputati ai beni, 2 sindaci, 5 sagrestani, 2 infermieri, 2 provveditori dei morti, 2 consiglieri, 2 provveditori, 1 esattore del Consorzio.
Dopo il 1812, cioè in seguito alla soppressione napoleonica, la Confraternita iniziò un lento declino, anche se, come abbiamo notato, nel 1825 presentava una certa floridezza.
I suoi beni passarono all’Opera Parrocchiale della Cattedrale, che li amministrò fino al periodo delle Leggi Siccardi, che imposero la vendita dei capitali con l’obbligo dell’acquisto di cartelle del debito pubblico, con rendite infime, che portarono alla rinuncia agli interessi tanto esigui, che persuasero gli amministratori a non staccare più le cedole annue.
La bellissima chiesa rimase perciò chiusa per tutta la seconda metà del 1800 e la prima del 1900. Negli anni sessanta del secolo scorso venne affidata a D. Ferdinando Rossi, che vi promosse un Centro di preghiera, passò poi all’Ufficio Missionario, che se ne servì come ripostiglio. Intanto venne depauperata barbaramente: andarono perduti i mobili di sagrestia, i paramenti, le suppellettili. L’organo ed un confessionale finirono nella chiesa di S. Raimondo. L’armadio dell’archivio della Confraternita finì in casa di mons. Luigi Tagliaferri, sagrista del Duomo, che alla sua morte volle fosse collocato nell’Archivio Capitolare della Cattedrale.
Domenico Ponzini